Si voltò lentamente sentendo una mano sulla spalla. Affondò per un istante in teneri occhi color nocciola. Poi sorrise. Silvia restò a guardarlo per qualche secondo senza dire niente. Sorrideva anche lui. Infine Umberto si era fatto avanti. Lei sapeva che era tornato perchè il giorno dopo essere passata davanti casa sua, aveva visto la sua automobile parcheggiata in strada. La Alfa 159 con il ciondolo a forma di orsetto appeso allo specchietto retrovisore. Restarono in silenzio inizialmente, indecisi su cosa dire e cosa fare. Poi sbrigarono i convenevoli del "come stai", "cosa fai", "novità". Parlarono più che altro a monosillabi cercando di non guardarsi troppo negli occhi, come dei giovani amanti ancora inesperti. Umberto sentiva il cuore in gola, perchè ogni cosa di quella ragazza lo attraeva terribilmente e perchè ogni parte di se stesso sembrava tremare di fronte a lei. La invitò a bere un caffè. Lui il suo solito caffè in ghiaccio con poco latte di mandorla e lei il solito caffè in ghiaccio amaro. Sedettero all'aperto ad un tavolo abbastanza in disparte dagli altri, dove un rampicante rigoglioso aveva attorciagliato le sue foglie attorno a tutta la staccionata bianca. Si raccontarono qualche evento e qualche storiella. Risero cercando di dissimulare l'imbarazzo e di tanto in tanto si sfioravano una mano o un braccio o un ginocchio quasi per ritrovare un'intimità perduta. Il pomeriggio volò così, fra una parola e l'altra, fra qualche silenzio e qualche commento sul mare incantevole. Si lasciarono intorno alle sei, quando Umberto fu costretto ad andare per attenersi ad un impegno. Lo guardò allontanare col suo passo leggero e sospirò abbassando lo sguardo.
<<Vediamoci domani. Ti va?>> Silvia sollevò la testa di colpo. Umberto era tornato indietro. <<Prendiamo un aperitivo...>> continuò lui senza aspettare risposta.
<<Ehm...si, ok. Penso si possa fare>> disse lei con tono incerto.
<<Bene! Allora ci vediamo qui verso le cinque?>>
Per lei andava bene e Umberto si allontanò di nuovo, salì in macchina e partì.
Il pomeriggio seguente lui arrivò in anticipo all'appuntamento. Lei arrivò in ritardo di qualche minuto. Aveva messo un vestito di lino lungo fino al ginoccio, di colore bianco, e un paio di sandali color sabbia. I capelli castani brillavano al sole e gli occhi verdi erano messi in risalto dall'ombretto dorato. Umberto la guardò avvicinare come fosse una visione e per un attimo lei si sentì soddisfatta e bellissima. Si salutarono con un bacio sulla guancia e consumarono un buon aperitivo alcolico assieme a qualche stuzzicheria. Silvia lo osservò in tutti i suoi movimenti. Il modo di bere, di stare seduto, di passarsi una mano fra i capelli biondi, il modo di ridere...si sentiva rapita, come un anno prima, da quell'uomo maturo e intelligente. Aveva quasi quarant'anni, un figlio sedicenne che cresceva sano e ambizioso, un lavoro solido che gli consentiva di guadagnare molti soldi, una villa sul mare, un cottage sulle alpi e un appartamento lussuoso nel centro di Roma, molti interessi speciali che coltivava con passione, una barca di medie dimensioni, tre automobili, amici illustri...e un matrimonio infelice. Era inoltre un uomo avvenente, curato e ben vestito, educato e di cultura ragguardevole. Silvia si era appassionata a lui proporio ascoltandolo parlare delle sue idee e dei suoi progetti.
In quel pomeriggio afoso che li trascinò a fare l'amore, era iniziato tutto così...con un aperitivo al bar. E pareva che l'evento volesse ripetersi. Ad un tratto Silvia si sentì a disagio. Aveva rivissuto mille volte nella sua testa la magia di quella giornata, ma ricordava bene il viso di Umberto che preso dal senso di colpa le aveva detto di andar via. E ora? Sarebbe successo di nuovo? Si sarebbero ancora concessi l'uno all'altra per poi allontanarsi?
<<E tua moglie?>> chiese d'un tratto Silvia.
Umberto era impreparato ad una domanda tanto diretta. Bevve un sorso del suo cocktail prima di rispondere. Non la guardò negli occhi e distolse lo sguardo verso il mare.
<<Arriva fra un paio di giorni. Deve ancora lavorare. Io avevo voglia di mare e di starmene in santa pace, così sono partito prima>>
<<Avete ancora problemi?>>
<<Bhè, il solito. Ma lo sai...il problema è solo mio. Sono io che non la amo>>.
Silvia lo guardò come se volesse leggergli nel profondo. <<Credi che vivere così infelicemente sia il modo più giusto per vivere?>>
<<Io...è complicato. Non posso andarmene. Non posso lasciarla come se quasi vent'anni di matrimonio non significassero nulla. Poi c'è Lorenzo. Anche se ormai è grande io non voglio dargli questo dispiacere. E comunque non sta a te dirmi come devo vivere>> concluse poco convinto.
<<Io non voglio dirti proprio niente. Ma ti vedo qui, davanti a me e...insomma, siamo qui, io e te, a fare finta che non sia successo niente. Mentre non è vero. E' successo. E siamo qui proprio perchè è successo. Altrimenti ci comporteremo come estranei invece di...>>
<<Invece di?>> incalzò Umberto.
Silvia si spostò sulla sedia e si agitò leggermente <<...invece di pensare che sarebbe bello se succedesse di nuovo!>>
Calò il silenzio.
<<Ma io non voglio che succeda ancora>> disse lui freddamente dopo qualche istante. Lasciò sul tavolo i soldi del conto, si alzò senza dire altra parola e se ne andò senza voltarsi. Silvia non credette ai suoi occhi e alle sue orecchie. Si disse che forse avrebbe dovuto evitare di sollevare l'argomento. Con gli occhi umidi e le mani tremanti se ne andò verso il porto a passi veloci.
Lui la raggiunse un paio d'ore più tardi. Dopo averla cercata ovunque nel paese si ricordò del suo posto preferito per pensare. Silvia se ne stava seduta su uno scoglio, a pelo d'acqua, guardando il sole sparire dietro il mare. Aveva tolto le scarpe e teneva i piedi a mollo, silenziosa. Sentì qualcuno avvicinare e si voltò. Vide Umberto che scendeva verso lo scoglio fra gli spuntoni di roccia. <<Mi dispiace>> disse semplicemente sedendole accanto <<non hai idea di quanto vorrei che succedesse ancora>>.
Si ritarono nella barca di lui, legata in fondo al molo.
continua...